Una speranza per Jo'anna - 80sneverend - Depeche Mode - Behind the wheel

Una speranza per Jo’anna

Eddy Grant – Gimme Hope Jo’anna

#quotefromthe80s
I wanna know if you're blind Jo'anna
If you wanna hear the sound of drum
Can't you see that the tide is turning
Oh don't make me wait till the morning come
Gimme Hope Jo'anna
#GimmeHopeJoanna #EddyGrant

Nelle ultime settimane di gennaio del 1988 si affacciava nelle classifiche di molti paesi una canzone famosissima, Gimme Hope Jo’anna, che univa un ritmo trascinante e irresistibile a un contenuto di forte denuncia politica. Chi dice che la canzone nascondesse delle allusioni al regime politico del Sudafrica, sbaglia: quelle di Eddy Grant non erano allusioni nascoste, era una denuncia aperta chiara e netta, nata dopo che Eddy, inglese nato in Guyana, allora colonia britannica, aveva visitato l’Africa! Jo’anna non è una donna, è la città di Johannesburg, presa come simbolo della Repubblica Sudafricana, del suo governo e dei suoi potenti alleati che lo aiutavano a mantenere l’apartheid, difendendo i privilegi e i lussi dei discendenti di inglesi e olandesi.

Nel 1988, quando la canzone iniziò a scalare le classifiche, la situazione nella Repubblica Sudafricana era ben diversa da quella odierna: il presidente Piet Botha fu l’ultimo dei sostenitori dell’apartheid, ma anche uno dei più tenaci. La sua teoria era che l’apartheid era stata la molla che aveva permesso al Sudafrica di crescere e arricchirsi come le grandi potenze occidentali. il territorio era composto da quattro province abitate dai discendenti di inglesi e olandesi, e che ovviamente comprendevano le zone più ricche, più belle e più sviluppate del Paese, e da dieci zone che erano vere e proprie riserve per le varie etnie. Il mondo definiva queste zone “bantustan”, termine sciatto che aggiungeva disprezzo a una condizione già misera. Questi territori erano formalmente autonomi e alcuni proclamarono anche l’indipendenza, come il Transkei o il Venda, ma di fatto erano saldamente sotto il controllo del potere sudafricano, e la loro indipendenza non veniva riconosciuta da nessun altro stato del mondo, a parte la Repubblica Sudafricana.

Ed ecco quindi la richiesta di Eddy Grant verso la classe dirigente sudafricana: datemi una speranza, prima che sia troppo tardi. Va detto però che il canto di Eddy non è affatto una supplica, non c’è disperazione in questa canzone. Eddy, nel suo viaggio, aveva visto e capito tante cose, ed era sicuro che le cose stessero già cambiando e che sarebbe stata solo questione di tempo prima che, con le buone o con le cattive, le popolazioni native si riprendessero i loro diritti.

La canzone cita esplicitamente luoghi e protagonisti: si parla di Soweto, una delle zone di Johannesburg riservate alle etnie native, dove scoppiarono forti tensioni e proteste (la scintilla fu la decisione di sostituire l’afrikaans all’inglese nelle scuole), e dove nel 1976 la polizia si era resa protagonista di una repressione e di un massacro tra i più odiosi, aprendo il fuoco su un corteo di diecimila studenti.

Si parla delle città di Durban e del Transvaal, si parla di Sun City, mega resort riservato al lusso e al gioco costruito dall’élite dirigente nella zona detta Bophuthatswana, tra Johannesburg e Pretoria. Gioco d’azzardo e ballerine in topless erano proibiti nelle ipocrite province riservate agli europei, che però si costruirono la loro Las Vegas personale non troppo lontano, nel territorio formalmente affidato alla etnia Tswana.

Il nome di Sun City divenne popolare negativamente in tutto il mondo nel 1985, quando Little Steven, storico chitarrista della E Street Band di Bruce Springsteen, attraverso il suo progetto Artists United Against Apartheid, denunciò la situazione e la corruzione imperante nel resort nella canzone che si intitolava proprio Sun City. Nel ritornello gli artisti del progetto, tra cui Springsteen, Bob Dylan, Lou Reed, Hall and Oates, gli U2, Peter Gabriel, Bob Geldof, i Run – D.M.C., Afrika Bambaataa, Jimmy Cliff e tanti altri, dicevano appunto “Io non andrò a suonare a Sun City”.

Nel testo si menziona anche l’arcivescovo e attivista anti-apartheid Desmond Tutu, scomparso nel dicembre 2021, che vinse il premio Nobel per la pace, e viene infatti definito “l’arcivescovo che è un uomo pacifico”. Insomma, direi che la denuncia è forte, ma la situazione per Eddy è già chiara: la storia sta già facendo il suo corso, e Johannesburg può solo scegliere se arroccarsi ed essere travolta, o se concedere vere libertà e autonomia.

Eddy Grant non dovette attendere molto: nell’agosto del 1989 Botha lasciò la presidenza del Sudafrica a Frederik de Klerk, che invertì il corso della storia: avviò i negoziati e le riforme necessarie per concedere gli stessi diritti a tutti, scarcerò Nelson Mandela e riabilitò l’African National Congress, e organizzò le prime elezioni libere per tutte le etnie, di fatto terminando l’era odiosa dell’apartheid. Nel 1993 Mandela e de Klerk vinceranno insieme il premio Nobel per la pace, e nel 1994 Mandela diventerà presidente del Sudafrica, scegliendo de Klerk come vicepresidente.

E la speranza di Eddy Grant per Jo’anna era in pochissimo tempo diventata realtà.

Eddy Grant su Wikipedia

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